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Castellazzo e torri di Misiligiafari

Tra gli ulivi centenari, i vigneti e la natura incantata, lungo la strada che da Paceco conduce a Castelvetrano, si estende un tratto di paese che un tempo era il luogo di residenza delle antiche famiglie feudali. La natura rigogliosa e le grandi estensioni di terra permettevano la costruzione dei “fèura”, i cosiddetti feudi, la cui testimonianza è resa nota dal Castellazzo e dalla Torre di Misiligiafari. Grazie agli studi di Alberto Barbata, si è venuti a conoscenza dell’importanza storica e culturale di queste costruzioni. Il Castellazzo detto Timpone, proprio perché sorge su di una collina, impone il nome a tutta la strada. Secondo le cronache di Pugnatore, esso fu costruito dagli Arabi nel XV- XVI secolo d.C.. La sua importanza strategica era notevole, infatti, l’altura permetteva di controllare tutte le vie di accesso a Trapani e di mettersi in contatto visivo con le torri d’avvistamento poste a protezione della città, lungo i litorali, attraverso i fuochi

I pochissimi resti del Castellazzo fanno pensare che si trattasse di una piccola fortezza di forma quadrangolare, i cui lati terminavano con quattro cavità, come se ci fossero state quattro torrette.

Molte delle notizie sono state dalla tradizione popolare e molte sono le leggende che arricchiscono l’atmosfera magica di questi luoghi. Sulla stessa area territoriale del Castellazzo, sorge la Torre di Misiligiafari. Si pensa che la sua nascita risalga al XIV sec.d.C., anche se non vi è una datazione certa. La Torre di Misiligiafari sorge all’interno di un fondo terriero, di origine araba; in quell’epoca molti erano i luoghi di sosta detti “manzil” e si pensa che la nostra sia stata un manzil. La torre viene anche chiamata “Torrearsa Vecchia”, perché appartenete alla Famiglia Fardella dei Marchesi di Torrearsa. In molti documenti notarili si evince come questa sia passata sotto le mani di numerosi proprietari prima di arrivare ai Fardella. Una descrizione che risale al 1844, indica che la Torre di Misiligiafari fosse la residenza estiva del Capitano Gaspare Fardella. L’abitato della Torre era diviso in questo modo: nel piano terra si presentavano due stanze, una cucina e un ripostiglio ai piedi della scala della casina. Il primo piano era composto da una camera ed una sala, mentre al secondo piano vi erano delle stanze. Il luogo immerso nelle campagne pacecote, ma in una zona visiva strategica, permetteva al capitano di rilassarsi, di giocare a scacchi, di leggere ma anche di osservare il porto con l’ausilio di un cannocchiale. La Torre di Misiligiafari, dopo la morte del capitano, in età risorgimentale, entrerà in possesso di Enrico Fardella e servirà come luogo segreto d’incontro; in seguito sarà abitata fino al 1957, da Suor Teresa Fardella, fondatrice dell’Ordine delle Povere Figlie di Madre SS. Incoronata. Di recente ristrutturazione, la Torre di Misiligiafari è immersa in un panorama incantevole, reso ancor più intenso ed interessante dalla presenza di resti di due cave di tufo, con il tempo trasformate in giardini, chiamate “perriere di pietra Tipa”.

La pietra di queste cave fu utilizzata per costruire numerose facciate di chiese barocche presenti nel trapanese.